Avvenire

30 Luglio 2017

La strada migliore per l’integrazione? Nonostante tutto, resta il lavoro.
Albion ha 20 anni, è senegalese. È arrivato in Italia su un barcone, uno dei tanti minori stranieri non accompagnati.
Dopo aver girato diverse comunità di prima accoglienza, arriva a Gratosoglio, quartiere della periferia milanese. Qui, in un centro per minori stranieri, comincia a studiare l’italiano e consegue il diploma di terza media. Poi arrivano piccoli lavoretti, tutti in nero ed occasionali. Un giorno, in un centro commerciale, si imbatte in un volantino del progetto “Lavoro di Squadra” (realizzato da Fondazione Adecco, Fondazione Milan e ActionAid per i Neet, coloro che né studiano né lavorano). Albion è incuriosito. Partecipa all’incontro di presentazione e decide di cominciare il percorso. Entusiasta dell’opportunità, coinvolge altri ragazzi della comunità e tutti insieme prendono a frequentare il corso. Si dimostra da subito affidabile, attento e motivato. Con una grande voglia di riscatto. Impara le regole del gioco e il lavoro di squadra. Al termine del percorso formativo, sostiene il suo primo colloquio di lavoro. Un hotel a 5 stelle di Milano gli propone un tirocinio iniziale per la pulizia dei frigoriferi. Albion è al settimo cielo. Per sei mesi ce la mette tutta e ottiene ottimi risultati. È apprezzato da tutti, colleghi e responsabili. Al termine dello stage, viene assunto a tempo indeterminato con la nuova mansione di aiuto cuoco. Oggi Albion ha lasciato la comunità ed è andato a vivere da solo. Albion è partito da zero ma il 25 per cento delle persone seguite dalla Fondazione Adecco ha qualifiche professionali medio-alte. Si tratta di operai altamente specializzati, professionisti con un titolo di studio superiore o addirittura una laurea. «In Italia sta aumentando il trend di occupazione di stranieri con un titolo di studio, conseguito nel Paese di origine, qualificato e importante – aggiunge il segretario della Fondazione, Giovanni Rossi -. La difficoltà è che molto spesso hanno un titolo non riconosciuto e molto spesso non possiedono fisicamente le carte per dimostrarlo. Messi alla prova sul campo, emerge la competenza reale».
Alain Guy Talla è stato costretto a lasciare il suo Paese, il Camerun, nel 2008. E con esso i suoi cari e l’attività di famiglia, una pescheria ben avviata che aveva ereditato dal padre. Arrivato a Roma, si dà subito da fare per imparare velocemente la lingua italiana. Nel frattempo svolge lavoretti saltuari, col sogno di tornare a fare quello che faceva al suo Paese. Lavorare nel settore ittico. Nel tempo libero frequenta il mercato del pesce di Piazza Vittorio per conoscere i nomi dei pesci in italiano. Alain è seguito dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia che lo inserisce in un percorso di sostegno all’inclusione socio lavorativa con la Fondazione Adecco.
«Ascoltare i beneficiari, raccogliere le loro storie personali, fare un preciso bilancio di competenze e definire insieme un chiaro piano d’azione per arrivare al proprio obiettivo professionale è la base attraverso cui impostiamo i nostri percorsi di integrazione» aggiunge Rossi. È esattamente ciò di cui ha beneficiato Alain. Comincia con un tirocinio formativo di sei mesi presso il prestigioso reparto pescheria di un’azienda specializzata nel food&beverage a Roma. E i risultati non si fanno attendere. Al termine del tirocinio, Alain viene confermato con un contratto a tempo indeterminato.
Storie come quelle di Alain e Albion non sono impossibili. La Fondazione Adecco per le pari opportunità ha già dato l’occasione a più di 150 persone rifugiate di entrare nel mondo del lavoro. «Ci occupiamo di programmi di inclusione lavorativa per persone svantaggiate – spiega Rossi -. Si tratta di donne maltrattate, persone con disabilità ma anche migranti e rifugiati». In collaborazione con enti e associazioni sul territorio da una parte e aziende piccole e multinazionali dall’altra, l’agenzia è in grado di offrire adeguate posizioni di lavoro. «Abbiamo già realizzato 30 progetti dal 2008 – aggiunge Rossi – e negli ultimi tre anni abbiamo dato lavoro a 180 rifugiati». Si parte con l’individuazione delle capacità, in base all’esperienza lavorativa nel proprio paese di origine e il titolo di studio acquisito; poi, se necessario, si prosegue con un percorso formativo.
Quest’ultimo, soprattutto, con i minori soli. «I più giovani sbarcano sulle nostre coste senza esperienza e spesso senza neanche un titolo di studio – aggiunge Rossi – ma con una grande volontà di imparare e di mettersi in gioco». La maggior parte di loro desidera lavorare. Hanno una famiglia da mantenere, devono pagare i soldi del viaggio e, davanti a sé, un futuro tutto da disegnare.