Pari opportunità: tre belle storie di inclusione nel mondo del lavoro

Alleyoop.ilsole24ore.com

20 Luglio 2017

Quando si parla di pari opportunità nel mondo del lavoro, spesso pensiamo solo al gender gap, dimenticandoci di tutte le situazioni di grave svantaggio che possano rendere difficile l’inserimento e lo sviluppo professionale delle persone nella nostra società.

Ma basta guardare un po’ oltre il nostro naso per renderci conto di quante situazioni di disagio ci circondano, ognuna con le sue peculiarità. Da chi è diversamente abile, a chi è disoccupato da lungo tempo, a madri con carichi familiari, ai rifugiati, a persone affette dalla sindrome di down, a donne che hanno subito violenza, ecc. Tutte situazioni considerate un peso, un costo per la società, quando invece – se guardate da un’altra prospettiva e gestite in modo opportuno – possono diventare inedite fonti di valore oltre che di equità sociale per le aziende.

In effetti, obiettivo di una Corporate Social Responsibility (CSR) autentica dovrebbe essere la massimizzazione del Valore Condiviso (Shared Value), così come indicano le politiche dell’Unione Europea, e andare al di là dei vincoli di legge. Eppure, per fare un esempio, oggi in Italia sono circa 40.000 le persone con Sindrome di Down: il 60% sono adulti, ma solo il 12-13% lavora, ovvero l’87% non ha un’occupazione. Una delle realtà che più si occupa di sviluppare progetti di inclusione, facendo anche attività di sensibilizzazione, è la Fondazione Adecco per le pari opportunità, che da ben 15 anni coinvolge aziende del calibro di Procter&Gamble, Decathlon, Tiger in progetti di inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

Ecco tre storie che testimoniano quanto le persone anche con gravi difficoltà, una volta abilitate a dare il meglio di sé, possono lavorare con grande impegno sino a meritarsi a pieno titolo l’assunzione a tempo indeterminato.

La storia di Leonce

Sono Leonce, nata in Camerun il 3 maggio 1979. Sono arrivata in Italia 6 anni fa da sola, lasciando a casa marito e la prima. Dopo aver lavorato per quattro anni come babysitter e poi come badante, sono tornata in visita in Camerum. Al mio ritorno, ho scoperto di aspettare due gemelli. Entrata in maternità obbligatoria al settimo mese, mi sono trovata in grande difficoltà quando è mancato il signore che curavo. A quel punto mi è crollato il cielo in testa. Poi sono venuta a conoscenza del progetto “MIA-Mamme in Attività” di Fondazione Adecco, rivolto a donne con figli in difficoltà, così sono entrata nel progetto e ho seguito un percorso di educazione al lavoro e poi un corso di formazione. Alla fine del corso, dopo diversi colloqui, sono stata scelta dal Mandarin Hotel Milan, un cinque stelle in via Montenapoleone, iniziando con uno stage dove mi davano solo rimborso spesa. Mi hanno detto “te la devi giocare da sola”: se dimostri di essere capace a coprire la mansione di “laundry attendant”, dopo massimo tre mesi ti assumiamo. Ne sono bastati due mesi e sono stata assunta. Sono contentissima del lavoro, mi piace veramente e ce la metto tutta. Anche i miei datori di lavoro sono soddisfatti di avermi scelto. E non ho l’intenzione di fermarmi, vorrei migliorare e andare avanti. Invito tutte le altre aziende a dare la possibilità ad altre donne di inserirsi nel mondo di lavoro. Io ho avuto la fortuna di trovare questo lavoro, ma ci sono tante altre che aspettano aziende che possano credere in loro.

La storia di Pasquale

Ho 41 anni, italiano, un figlio, separato. Ho avuto una serie di problemi con mia moglie fino ad arrivare alla separazione. Il mio carattere irruento mi ha portato ad avere dei problemi con la giustizia, perché non avevo, allora, accettato la disposizione del giudice in merito all’affidamento di mio figlio. Il ragazzo è stato affidato alla madre e io da allora lo posso vedere solo una volta al mese in comunità. Poi sono stato preso in carico dal CPS (Centro Psico Sociale) perché questa situazione mi ha portato ad essere molto ansioso e ho avuto bisogno delle cure del servizio. Tramite Ala San Paolo sono venuto a conoscenza del progetto “Superare Lo Stigma”, percorso di Fondazione Adecco su tutto il territorio nazionale rivolto a persone segnalate dai servizi psicosociali, e dopo un percorso di educazione al lavoro ho iniziato a fare uno stage presso il Park Hayatt nel reparto manutenzione. Prima di iniziare il percorso con Fondazione Adecco lavoravo con mio padre, parchettista, poi con la crisi il lavoro è diminuito e con i miei problemi psichici mi hanno riconosciuto l’invalidità. Park Hayatt, che ha creduto in me, ha creato un ruolo che fosse il più possibile adatto alle mie competenze guardando oltre le apparenze e io ho cercato di impegnarmi al massimo per non disattenderle. Oggi sto lavorando in albergo, dove mi trovo molto bene.  Quest’anno mi sono riscritto a scuola per prendere il diploma di terza media.

La storia di Albion

Ho 20 anni e sono arrivato in Italia come minore straniero non accompagnato, sui “famosi” barconi. Una volta arrivato in Italia ho cambiato molte comunità per svariati problemi fino a stabilirmi in una comunità di Gratosoglio (Milano), dove ho iniziato un corso di italiano e ho ottenuto il diploma di terza media. Ho incominciato a fare un po’ di lavori non in regola, e un giorno andando in un centro commerciale ho preso un volantino del progetto “Lavoro di Squadra” (progetto realizzato da Fondazione Adecco, Fondazione Milan ActionAid per neet). Incuriosito, ho partecipato all’incontro di presentazione del progetto e ho deciso di iniziare il percorso. Entusiasta dell’opportunità, ho coinvolto anche altri ragazzi della comunità e abbiamo iniziato tutti insieme a frequentare il corso. Spinto da una grande voglia di riscatto, ho imparato velocemente le regole del gioco, del lavoro e dello stare in team. Al termine del percorso ho sostenuto un colloquio per un hotel a 5 stelle di Milano, che mi ha proposto un tirocinio iniziale per la pulizia dei frigoriferi. Ho accetto con orgoglio questo incarico pur di poter iniziare un’esperienza lavorativa e per i 6 mesi di tirocinio mi sono impegnato a fondo, ottenendo ottimi risultati. I colleghi e responsabili hanno apprezzato la mia forza di volontà e, al termine dello stage, sono stato assunto a tempo indeterminato con la nuova mansione di aiuto cuoco. Oggi ho lasciato la comunità e sto andando a vivere da solo.

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